Nella vita è importante concedersi dei piccoli piaceri quotidiani: accarezzare il proprio gatto, acquistare una piantina aromatica da mettere sul terrazzo, mangiare qualcosa di buono, preparato con cura... le cose belle non devono per forza essere costose.
Ad esempio, circa un mese fa ho acquistato per pochi euro una piantina di timo limone, una varietà di timo (Tymus citriodorus) con un meraviglioso profumo di limone, e la scorsa settimana ho pensato di usarla per preparare un risotto.
L'esperimento è riuscito, il piatto è venuto davvero buonissimo ed è facile da preparare. Vi scrivo la dose da single che ho utilizzato io, quindi per una sola persona.
Ingredienti:
olio d'oliva extravergine
scalogno
brodo vegetale
riso
vino bianco
timo limone
formaggio grana grattuggiato
sale
Non sono una cuoca e questo non è un blog di cucina, quindi perdonatemi se non scrivo la ricetta in modo professionale...
Versate in una pentola 1 cucchiaio di olio d'oliva di quello buono, con uno scalogno tritato finemente e fate soffriggere (uso lo scalogno al posto della cipolla perchè è a misura di single... così lo consumo tutto e non mi restano i pezzi di cipolla in frigo, che poi vanno sempre a male. Però se dovete preparare per 4/5 persone va bene anche la cipolla).
Aggiungete il riso (di solito io ne mangio un bel po', almeno 100 gr. perchè poi non mangio altro, ma voi regolatevi come preferite) e bagnate con il vino bianco (quale? qualsiasi, basta che non sia dolce).
Lasciate evaporare un po' il vino, poi bagnate con il brodo vegetale (in realtà, io sapete cosa faccio? una cosa che probabilmente per i cuochi veri è una bestemmia: metto un mestolo d'acqua calda, mezzo cucchiaino di dado vegetale bio e la quantità di sale per il mio riso, tutto insieme all'inizio, poi continuo ad aggiungere acqua calda fino a fine cottura).
A questo punto, aggiungete una manciatina di timo limone tritato grossolanamente. Non tagliatelo troppo, tanto le foglioline sono minuscole. Siccome adesso è primavera e i rametti sono tenerissimi, io aggiungo anche quelli, ma in estate sicuramente si induriranno e quindi bisognerà toglierli.
Continuate ad aggiungere l'acqua (o il brodo) e a mescolare con un mestolo di legno (è importante che sia di legno).
Quando è quasi pronto, aggiungete il grana a piacere. Se vi piace di più il parmigiano, usate quello, io preferisco il grana, sarà l'abitudine, boh.
Questo risotto si abbina bene a un vino bianco, secondo me. Non me ne intendo minimamente di vini, però la prima sera che l'ho provato avevo in casa un vino campano bianco che si chiama Greco di Tufo, e assieme erano favolosi...
Poi stasera che l'ho fatto di nuovo avevo un altro tipo di vino, rosso, e non si sposava altrettanto bene.
Come avrete capito il mio approccio alla cucina è piuttosto approssimativo, le mie ricette sono facili, non amo complicarmi la vita... ma non vedo il motivo di mangiare male solo perchè sono single e mangio da sola. Trattarsi bene è fondamentale, e trovo che mescolare il risotto sia terapeutico.
A me tira su il morale.
Provare per credere... e buon appetito!
PS: il mio gatto Tobin non ha posato accanto al vaso di timo limone, ma a quello dell'origano... ma è già tanto se sono riuscita a fargli almeno una foto decente!
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mercoledì 10 aprile 2013
venerdì 8 aprile 2011
Zuppa di ortica
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Occorrente: un paio di forbici e guanti da giardinaggio... indispensabili per raccoglierla.
Per quanto riguarda gli altri ingredienti... fate un po' voi. Io di solito faccio così: apro il frigo, vedo un po' che verdura mi è avanzata e butto dentro al pentolone. Soffritto di cipolla, quello non manca mai. Un paio di patate. Uno spicchio d'aglio, ma solo se vi piace. E poi l'ortica, tutta quella che siete riusciti a raccogliere (vanno raccolte solo le foglie in cima, che sono le più tenere). Un po' di attenzione nel lavarla, e si mette in pentola così com'è, intera. Quando è cotta si frulla, ed è fatta.
L'ortica fa benissimo, ha un gusto insolito, e fa tanto primavera.
Buon appetito!
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Occorrente: un paio di forbici e guanti da giardinaggio... indispensabili per raccoglierla.
Per quanto riguarda gli altri ingredienti... fate un po' voi. Io di solito faccio così: apro il frigo, vedo un po' che verdura mi è avanzata e butto dentro al pentolone. Soffritto di cipolla, quello non manca mai. Un paio di patate. Uno spicchio d'aglio, ma solo se vi piace. E poi l'ortica, tutta quella che siete riusciti a raccogliere (vanno raccolte solo le foglie in cima, che sono le più tenere). Un po' di attenzione nel lavarla, e si mette in pentola così com'è, intera. Quando è cotta si frulla, ed è fatta.
L'ortica fa benissimo, ha un gusto insolito, e fa tanto primavera.
Buon appetito!
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martedì 2 novembre 2010
Samhain 2010
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Gnocchi di zucca mangiati durante la festa di Samhain... noi streghe ci si tratta bene!
E una candela accesa per dare il benvenuto ai fantasmi... ma abbiamo riso talmente tanto che non abbiamo "sentito" nessuna presenza sovrannaturale. Si sa, i fantasmi sono tipi discreti e silenziosi. Ma spero si siano divertiti anche loro l'altra sera.
Ringrazio Rita Gonella per le bellissime fotografie!
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venerdì 9 aprile 2010
di necessità virtù
Vabbè, ci provo... a darvi una ricetta.
Anche se faccio fatica a scrivere le ricette come si deve, io faccio tutto a occhio, le dosi, gli abbinamenti... siccome è da circa un mese che ho il mal di denti (sono stata dal dentista anche oggi!) mi sono dovuta inventare qualcosa di nuovo, per non mangiare sempre le stesse cose. La ricetta migliore finora è la:
FRITTATA DI PATATE E ORTICA
ingredienti (per 1 persona!):
1 uovo
un po' di latte
una patata media
1 cipolla piccola
1 manciata di ortiche fresche
1 cucchiaio di olio d'oliva
sale q. b.
Si pela la patata, si taglia a pezzetti e si mette a cuocere in poca acqua e sale finchè non si disfa e l'acqua si consuma del tutto.
Nel frattempo si fa un soffritto con la cipolla tritata, si aggiunge l'ortica, anch'essa tritata (attenti che pizzica), si sala e si lascia cuocere un po' (5 minuti sono sufficienti... uhm... forse anche meno).
Si schiaccia per bene la patata con una forchetta e poi si adagia su una padella antiaderente dove prima avete messo un po' d'olio d'oliva. Sopra la patata si mette il soffritto di cipolla e ortica e sopra ci si versa l'uovo sbattuto con il latte.
Si lascia cuocere a fuoco moderato finchè l'uovo si rapprende per bene.
Se non avete a disposizione l'ortica (o non avete voglia di sentire le mani che pizzicano fino al giorno dopo) potete farne a meno, è buona lo stesso... oppure ci spezzettate dentro un po' di prosciutto, crudo o cotto, a vostro piacere.
La ricetta peggiore di questi giorni invece è stata la seguente: si prende un vasetto di omogeneizzato per neonati (a me piace "prosciutto - vitello), si aggiungono olio d'oliva, pepe e sale e si mangia con il cucchiaino direttamente dal vasetto...
Ma questa è proprio per disperati...
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Anche se faccio fatica a scrivere le ricette come si deve, io faccio tutto a occhio, le dosi, gli abbinamenti... siccome è da circa un mese che ho il mal di denti (sono stata dal dentista anche oggi!) mi sono dovuta inventare qualcosa di nuovo, per non mangiare sempre le stesse cose. La ricetta migliore finora è la:
FRITTATA DI PATATE E ORTICA
ingredienti (per 1 persona!):
1 uovo
un po' di latte
una patata media
1 cipolla piccola
1 manciata di ortiche fresche
1 cucchiaio di olio d'oliva
sale q. b.
Si pela la patata, si taglia a pezzetti e si mette a cuocere in poca acqua e sale finchè non si disfa e l'acqua si consuma del tutto.
Nel frattempo si fa un soffritto con la cipolla tritata, si aggiunge l'ortica, anch'essa tritata (attenti che pizzica), si sala e si lascia cuocere un po' (5 minuti sono sufficienti... uhm... forse anche meno).
Si schiaccia per bene la patata con una forchetta e poi si adagia su una padella antiaderente dove prima avete messo un po' d'olio d'oliva. Sopra la patata si mette il soffritto di cipolla e ortica e sopra ci si versa l'uovo sbattuto con il latte.
Si lascia cuocere a fuoco moderato finchè l'uovo si rapprende per bene.
Se non avete a disposizione l'ortica (o non avete voglia di sentire le mani che pizzicano fino al giorno dopo) potete farne a meno, è buona lo stesso... oppure ci spezzettate dentro un po' di prosciutto, crudo o cotto, a vostro piacere.
La ricetta peggiore di questi giorni invece è stata la seguente: si prende un vasetto di omogeneizzato per neonati (a me piace "prosciutto - vitello), si aggiungono olio d'oliva, pepe e sale e si mangia con il cucchiaino direttamente dal vasetto...
Ma questa è proprio per disperati...
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lunedì 9 novembre 2009
Rane fritte e pesce gatto
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Finalmente l’ho trovato, quasi senza cercarlo, dato che non ho molto tempo per navigare in Internet. Un bel blog di cucina, scritto da un cuoco, però, un cuoco vero! L’ho trovato per caso, e mi è piaciuto subito. Come ho già raccontato tempo fa, io in cucina me la cavo, ma non sono certo uno chef… la mia è una “cucina di sopravvivenza”, i piatti elaborati preferisco mangiarli, piuttosto che prepararli.
Però, riguardo al cibo sono anche curiosa, mi piace assaggiare. Oddio, la minestra con il pop corn, devo dire la verità, mi lascia un po’ perplessa… (deve trattarsi di quella che chiamano "cucina creativa...) ma quando ho visto il post sulle rane fritte, mi è venuta una gran voglia di fare un giro a Parma ad assaggiarle!
E pensare che il mio primo (ed unico, finora) approccio alle rane fritte è stato traumatico, a dir poco… La vicenda risale a qualche anno fa.
Mio padre, che ha ascendenze chioggiotte, aveva acquistato le rane ed un pesce gatto, e voleva cucinarseli “come li faceva sua madre” (il che significa che avrebbe inventato una ricetta lì per lì, perché lui in realtà non si ricorda di come cucinava mia nonna). Purtroppo in quel periodo era oberato di lavoro e non trovava mai il tempo. Rane e pesce erano parcheggiati in frigorifero già da tre o quattro giorni, quando alla fine si decise a telefonarmi, dato che ero a casa e il pranzo, a quel tempo, lo preparavo io.
"Mara, nel frigo ci sono le rane e il pesce gatto, dovresti cucinarli altrimenti vanno a male!"
"Ma papà, io non so cucinare il pesce gatto… e nemmeno le rane!"
"Ah, basta che le infarini e poi le friggi."
"Tutto qui?"
"Si, e anche con il pesce fai lo stesso. Lo tagli a pezzi, lo infarini e lo friggi."
"… va bene…"
E così, prendo la farina, l’olio, la padella, apro il frigo, tiro fuori i cartocci e… sorpresa!
Il pesce gatto era ancora vivo!
Si, dopo 4 giorni di frigorifero era vivo, gente! Respirava e muoveva la coda qua e là… avete presente?
Che cosa ho fatto io? L’ho ammazzato, si capisce.
Ora non cominciate a pensare che io sia un’insensibile pescicida… è solo che voi non avete mai visto mio padre quando tornava dal lavoro stanco, nervoso e affamato… se lui voleva il pesce gatto fritto, io glielo dovevo preparare. Punto.
Non chiedetemi come ho fatto… non me ne ricordo volentieri. Per fortuna era un pesce gatto piccolo. Praticamente, un pesce gattino. Quanto sono coriacei i pesci gatto, non ne avete idea! E con quei baffi, poi! Fanno un’impressione!
Morale della favola, a pranzo, mio padre ebbe la sua frittura (che io assaggiai appena), ma gli dissi chiaramente che la prossima volta che gli veniva voglia di comprare rane e pesce gatto, doveva mettersi in testa di cucinarseli da solo.
Inutile dire che le rane fritte non sapevano da niente…
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Finalmente l’ho trovato, quasi senza cercarlo, dato che non ho molto tempo per navigare in Internet. Un bel blog di cucina, scritto da un cuoco, però, un cuoco vero! L’ho trovato per caso, e mi è piaciuto subito. Come ho già raccontato tempo fa, io in cucina me la cavo, ma non sono certo uno chef… la mia è una “cucina di sopravvivenza”, i piatti elaborati preferisco mangiarli, piuttosto che prepararli.
Però, riguardo al cibo sono anche curiosa, mi piace assaggiare. Oddio, la minestra con il pop corn, devo dire la verità, mi lascia un po’ perplessa… (deve trattarsi di quella che chiamano "cucina creativa...) ma quando ho visto il post sulle rane fritte, mi è venuta una gran voglia di fare un giro a Parma ad assaggiarle!
E pensare che il mio primo (ed unico, finora) approccio alle rane fritte è stato traumatico, a dir poco… La vicenda risale a qualche anno fa.
Mio padre, che ha ascendenze chioggiotte, aveva acquistato le rane ed un pesce gatto, e voleva cucinarseli “come li faceva sua madre” (il che significa che avrebbe inventato una ricetta lì per lì, perché lui in realtà non si ricorda di come cucinava mia nonna). Purtroppo in quel periodo era oberato di lavoro e non trovava mai il tempo. Rane e pesce erano parcheggiati in frigorifero già da tre o quattro giorni, quando alla fine si decise a telefonarmi, dato che ero a casa e il pranzo, a quel tempo, lo preparavo io.
"Mara, nel frigo ci sono le rane e il pesce gatto, dovresti cucinarli altrimenti vanno a male!"
"Ma papà, io non so cucinare il pesce gatto… e nemmeno le rane!"
"Ah, basta che le infarini e poi le friggi."
"Tutto qui?"
"Si, e anche con il pesce fai lo stesso. Lo tagli a pezzi, lo infarini e lo friggi."
"… va bene…"
E così, prendo la farina, l’olio, la padella, apro il frigo, tiro fuori i cartocci e… sorpresa!
Il pesce gatto era ancora vivo!
Si, dopo 4 giorni di frigorifero era vivo, gente! Respirava e muoveva la coda qua e là… avete presente?
Che cosa ho fatto io? L’ho ammazzato, si capisce.
Ora non cominciate a pensare che io sia un’insensibile pescicida… è solo che voi non avete mai visto mio padre quando tornava dal lavoro stanco, nervoso e affamato… se lui voleva il pesce gatto fritto, io glielo dovevo preparare. Punto.
Non chiedetemi come ho fatto… non me ne ricordo volentieri. Per fortuna era un pesce gatto piccolo. Praticamente, un pesce gattino. Quanto sono coriacei i pesci gatto, non ne avete idea! E con quei baffi, poi! Fanno un’impressione!
Morale della favola, a pranzo, mio padre ebbe la sua frittura (che io assaggiai appena), ma gli dissi chiaramente che la prossima volta che gli veniva voglia di comprare rane e pesce gatto, doveva mettersi in testa di cucinarseli da solo.
Inutile dire che le rane fritte non sapevano da niente…
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mercoledì 14 ottobre 2009
CHI mangiamo, oggi?
La mia amica Franca è una donna straordinaria. Ho già parlato di lei, su questo blog. Qualche settimana fa sono andata a trovarla, stava cucinando l’anatra. Con molto orgoglio mi ha spiegato che l’aveva allevata lei, ammazzata lei, e ora, la stava preparando per cena.
La scorsa primavera mi aveva sconvolta raccontandomi che aveva dato un nome al vitellino appena comprato… che poi avrebbe fatto macellare dopo pochi mesi.
“Franca, non dargli un nome, ti ci affezionerai!”
“Ah, si! Sai che mi fa le feste, ogni volta che entro nella stalla?”
Ora il vitello sta nella cella frigorifera.
Stessa storia per le pecore.
“Bella è incinta, presto partorirà un agnellino. Vedessi come sono carini, appena nati, gli agnellini tutti bianchi!”
E buonissimi, quando viene Pasqua…
Mah. Che volete che vi dica? Almeno lei sa cosa mangia… anzi, chi.
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Ricette universitarie
...
Ho sempre avuto un rapporto particolare con il cibo. Quando sono nervosa, stressata, triste, mi si chiude la bocca dello stomaco, non riesco più a mangiare.
Sono anche di gusti difficili. Neppure quando ho una fame da lupi riesco a mangiare quello che non mi piace. Quando ero piccola, facevo disperare i miei genitori perché non mangiavo. Papà si arrabbiava moltissimo e mi costringeva ad inghiottire il cibo, talmente di malavoglia che ancora oggi, in certe occasioni, mi capita di avvertire l’azione di nutrirmi come un dovere e non come un piacere.
Fortunatamente, ho dovuto imparare a cucinare a dodici anni e da quel momento ho iniziato a gestire i pasti della mia famiglia secondo i miei gusti personali.
Un po’ alla volta sono diventata bravina, e questo mi è stato di grande utilità quando mi sono trasferita a Verona per frequentare l’Accademia.
La mia specialità sono le ricette veloci.
A casa dovevo preparare la cena per cinque persone senza impiegare troppo tempo se volevo riuscire anche a svolgere la versione di latino e guardare Star Trek.
All’Accademia era più o meno la stessa storia. Dovevo frequentare i corsi, studiare, fare la spesa e prepararmi da mangiare, perché la mensa universitaria era piuttosto lontana e non ce la facevo ad andarci e tornare in tempo per i corsi pomeridiani senza sacrificare durante il percorso le calorie appena ingerite.
Un po’ alla volta ho messo assieme un certo numero di ricette “di sopravvivenza”, non prima di essermi fatta andare in disgrazia toast, caffè e yogurth alla frutta. Piatti velocissimi, minimali e tuttavia nutrienti. Talvolta le preparo ancora, perché, anche se sono passati tanti anni, una cosa è rimasta costante nella mia vita: sono sempre di corsa e non riesco a mangiare piatti preconfezionati o in scatola. Perciò, ecco cosa mi sono preparata l’altra sera:
Io adoro il riso e vivrei di prosciutto crudo… e quando mangio queste cose mi sembra di stare ancora a Verona… purtroppo a casa dei miei ho provato a proporre questa ricetta, ma non è stata apprezzata.
Forse è davvero il caso di dire che i nostri gusti in fatto di cibo sono legati ai sentimenti, ai ricordi… a fattori emotivi, insomma.
Ancora di più mi sembra di tornare indietro nel tempo quando mangio gli spinaci (al burro anche quelli) che erano l’unica roba surgelata che osavo comprare quando andavo all’Accademia.
Ieri sera ne ho aperta una confezione, li ho cotti (ci vogliono 2 minuti), li ho conditi e li ho mangiati… tutti… c’era scritto 300 gr sul pacchetto, ma per me sono praticamente una monoporzione!
Oddio, potendosi permettere un orto sinergico come quello di Emanuele, freschi sarebbero molto più buoni, ma bisogna sapersi accontentare!
...
Ho sempre avuto un rapporto particolare con il cibo. Quando sono nervosa, stressata, triste, mi si chiude la bocca dello stomaco, non riesco più a mangiare.
Sono anche di gusti difficili. Neppure quando ho una fame da lupi riesco a mangiare quello che non mi piace. Quando ero piccola, facevo disperare i miei genitori perché non mangiavo. Papà si arrabbiava moltissimo e mi costringeva ad inghiottire il cibo, talmente di malavoglia che ancora oggi, in certe occasioni, mi capita di avvertire l’azione di nutrirmi come un dovere e non come un piacere.
Fortunatamente, ho dovuto imparare a cucinare a dodici anni e da quel momento ho iniziato a gestire i pasti della mia famiglia secondo i miei gusti personali.
Un po’ alla volta sono diventata bravina, e questo mi è stato di grande utilità quando mi sono trasferita a Verona per frequentare l’Accademia.
La mia specialità sono le ricette veloci.
A casa dovevo preparare la cena per cinque persone senza impiegare troppo tempo se volevo riuscire anche a svolgere la versione di latino e guardare Star Trek.
All’Accademia era più o meno la stessa storia. Dovevo frequentare i corsi, studiare, fare la spesa e prepararmi da mangiare, perché la mensa universitaria era piuttosto lontana e non ce la facevo ad andarci e tornare in tempo per i corsi pomeridiani senza sacrificare durante il percorso le calorie appena ingerite.
Un po’ alla volta ho messo assieme un certo numero di ricette “di sopravvivenza”, non prima di essermi fatta andare in disgrazia toast, caffè e yogurth alla frutta. Piatti velocissimi, minimali e tuttavia nutrienti. Talvolta le preparo ancora, perché, anche se sono passati tanti anni, una cosa è rimasta costante nella mia vita: sono sempre di corsa e non riesco a mangiare piatti preconfezionati o in scatola. Perciò, ecco cosa mi sono preparata l’altra sera:
RISO E PROSCIUTTO
È la ricetta più facile del mondo: si cuoce del riso in bianco (quantità: a piacere),
nel frattempo si spezzetta del prosciutto crudo direttamente nel piatto (quantità: a piacere).
Quando il riso è pronto, si scola e si versa sopra il prosciutto, assieme a un po’ di burro.
Si mescola bene e si mangia.
Io adoro il riso e vivrei di prosciutto crudo… e quando mangio queste cose mi sembra di stare ancora a Verona… purtroppo a casa dei miei ho provato a proporre questa ricetta, ma non è stata apprezzata.
Forse è davvero il caso di dire che i nostri gusti in fatto di cibo sono legati ai sentimenti, ai ricordi… a fattori emotivi, insomma.
Ancora di più mi sembra di tornare indietro nel tempo quando mangio gli spinaci (al burro anche quelli) che erano l’unica roba surgelata che osavo comprare quando andavo all’Accademia.
Ieri sera ne ho aperta una confezione, li ho cotti (ci vogliono 2 minuti), li ho conditi e li ho mangiati… tutti… c’era scritto 300 gr sul pacchetto, ma per me sono praticamente una monoporzione!
Oddio, potendosi permettere un orto sinergico come quello di Emanuele, freschi sarebbero molto più buoni, ma bisogna sapersi accontentare!
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