...
Verde primaverile foglia,
di boschi scuri, chiassosi
intrecci,
rami e voli dentro l’alba
inquieta.
Dolce, violenta stagione,
che in fretta cresci
e presto te ne vai,
e già ci manchi.
Dopo aver lamentato
le troppe piogge,
il troppo vento,
il freddo, il caldo e tutti gli accidenti,
ora ci tedia
la monotona estate,
l’implacabile luce,
i pomeriggi
immobili,
dietro il riparo
di una persiana.
Mentre si attende
l’afa o la grandine
con la medesima ansia
(eppure
con un desiderio
oscuro)
ecco insinuarsi la notte
come una tregua
d’intrecci di voli
radenti
di pipistrelli
nel rosa sottile
tramonto
chiassoso
di grilli.
Mara Bagatella - 22 maggio 2009
...
domenica 31 maggio 2009
venerdì 29 maggio 2009
The love song of J. Alfred Prufrock (parte VIII)
...
And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it towards some overwhelming question,
To say: "I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all,
I shall tell you all"--
If one, settling a pillow by her head
Should say: "That is not what I meant at all;
That is not it, at all."
And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor--
And this, and so much more?--
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
"That is not it at all,
That is not what I meant, at all."
. . . . . . . . . . .
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D'affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l'universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »
. . . . . . . . . . .
Com’è possibile, dopo tutto questo, credere che l'Arte non faccia parte, non sia strettamente legata con la Vita? Non so voi, ma io i sentimenti espressi in questi versi li sperimento quasi tutti i giorni…
È impossibile dire ciò che intendo!
Cosa impedisce alle persone di comunicare tra loro? Com’è possibile, se è vero che, fondamentalmente, gli esseri umani sono simili tra loro, che il cervello umano è strutturato nella stessa maniera in tutti noi? Non me lo sto inventando. Lo dicono gli studiosi di psicologia e di antropologia. Siamo simili, in ogni paese e ad ogni latitudine, eppure non riusciamo a comunicare con chi ci sta accanto.
Lo sto sperimentando in questi giorni: di stare accanto a qualcuno e non riuscire ad affrontare il problema sorridendo… di non riuscire a porla, questa domanda che opprime.
Prufrock si chiede quale senso abbia avuto la sua vita, ed è una domanda che spesso faccio a me stessa. E quando arrivo a pormi questa domanda, allora so che è arrivato il momento di forzare gli eventi fino al punto della crisi, anche se quasi sempre questo significa che la persona accanto a me se la darà a gambe.
I pensieri e i sentimenti, quando sono espressi senza filtri, hanno una forza d’urto difficile da sopportare, come l’acqua che esce all’improvviso da una diga aperta. È una forza sottovalutata dalla maggior parte della gente, per la maggior parte del tempo, compressa, nascosta, svilita… finché un bel giorno il tappo salta, e allora te ne accorgi…
Ma era di questo che volevo parlare?
Non so… forse no. Non è per niente questo che volevo dire.
...

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it towards some overwhelming question,
To say: "I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all,
I shall tell you all"--
If one, settling a pillow by her head
Should say: "That is not what I meant at all;
That is not it, at all."
And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor--
And this, and so much more?--
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
"That is not it at all,
That is not what I meant, at all."
. . . . . . . . . . .
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D'affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l'universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »
. . . . . . . . . . .
Com’è possibile, dopo tutto questo, credere che l'Arte non faccia parte, non sia strettamente legata con la Vita? Non so voi, ma io i sentimenti espressi in questi versi li sperimento quasi tutti i giorni…
È impossibile dire ciò che intendo!
Cosa impedisce alle persone di comunicare tra loro? Com’è possibile, se è vero che, fondamentalmente, gli esseri umani sono simili tra loro, che il cervello umano è strutturato nella stessa maniera in tutti noi? Non me lo sto inventando. Lo dicono gli studiosi di psicologia e di antropologia. Siamo simili, in ogni paese e ad ogni latitudine, eppure non riusciamo a comunicare con chi ci sta accanto.
Lo sto sperimentando in questi giorni: di stare accanto a qualcuno e non riuscire ad affrontare il problema sorridendo… di non riuscire a porla, questa domanda che opprime.
Prufrock si chiede quale senso abbia avuto la sua vita, ed è una domanda che spesso faccio a me stessa. E quando arrivo a pormi questa domanda, allora so che è arrivato il momento di forzare gli eventi fino al punto della crisi, anche se quasi sempre questo significa che la persona accanto a me se la darà a gambe.
I pensieri e i sentimenti, quando sono espressi senza filtri, hanno una forza d’urto difficile da sopportare, come l’acqua che esce all’improvviso da una diga aperta. È una forza sottovalutata dalla maggior parte della gente, per la maggior parte del tempo, compressa, nascosta, svilita… finché un bel giorno il tappo salta, e allora te ne accorgi…
Ma era di questo che volevo parlare?
Non so… forse no. Non è per niente questo che volevo dire.
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mercoledì 27 maggio 2009
Disse Lucifero...
Disse Lucifero a Belzebù
“Perché non cambi mestiere anche tu?
ero un po’ stufo di anime matte,
mi sono messo a fare pignatte.
Se tu i coperchi sei bravo a fare
Mi servirebbe proprio un compare”
Rispose il diavolo al caro compagno
“Sai, non ci trovo nessun guadagno.
Ma se la cosa non ti disturba
ho una proposta molto più furba!
Con il mio socio, tal Satanasso,
(che con i soldi è proprio un asso)
stiamo cercando finanziatori
per un’impresa con tutti gli onori.
Abbiamo avuto l’idea che vale:
un’Agenzia Matrimoniale”
Maramannara - 2002 (Mara Bagatella)

Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.
lunedì 25 maggio 2009
Non così in fretta, vento dell’estate
...

Non così in fretta, vento dell’estate,
senza dirmi se torni o te ne vai:
di tutte le promesse rimandate,
di foglie scompigliate, che ne fai?
Non ci sono più nubi da portare,
nel cielo troppo azzurro e troppo vuoto.
Verso chi corri? Chi devi incontrare?
Vieni da me, che sono come l’onda
morbida e bianca, e ho un cuore da sirena:
e dormo dentro l’acqua più profonda,
che sa cullare e che non porta pena.
Vieni o ritorna… E poi, rimani un poco.
Prenditi queste lacrime salate:
portale via, che non sarà per gioco,
e pioveremo insieme quest’estate.
Mara Bagatella - 22 maggio 2009
...
senza dirmi se torni o te ne vai:
di tutte le promesse rimandate,
di foglie scompigliate, che ne fai?
Non ci sono più nubi da portare,
nel cielo troppo azzurro e troppo vuoto.
Verso chi corri? Chi devi incontrare?
Vieni da me, che sono come l’onda
morbida e bianca, e ho un cuore da sirena:
e dormo dentro l’acqua più profonda,
che sa cullare e che non porta pena.
Vieni o ritorna… E poi, rimani un poco.
Prenditi queste lacrime salate:
portale via, che non sarà per gioco,
e pioveremo insieme quest’estate.
Mara Bagatella - 22 maggio 2009
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Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.
sabato 23 maggio 2009
The love song of J. Alfred Prufrock (parte VII)
And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep ... tired ... or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head (grown slightly bald)
brought in upon a platter,
I am no prophet--and here's no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
Io non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
… e chi non ne avrebbe paura? Della Morte, dico.
Quelli che non ci pensano mai?
Ah, no, quelle sono le persone che la temono di più.
Questa è la parte più difficile da commentare per me, e ci ho dovuto pensare tanto. Eliot cita un profeta, S. Giovanni Battista: per chi non se lo ricorda, è il Precursore, la Voce che grida nel deserto, l’ultimo Profeta dell’Antico Testamento. Fu decapitato da Erode su richiesta di una donna, Salomè.
Un uomo coraggioso, che affrontò la morte per le sue idee.
Prufrock, invece, non è un Profeta, così dice, e la Morte non ha il coraggio nemmeno di nominarla, la chiama “l’eterno Lacchè”, ammettendo senza mezzi termini di averne paura.
Ma non è vero che Prufrock non sia un profeta. Lo è, fin dall’inizio della poesia, fin dalla citazione del XXVII Canto dell’Inferno:
“S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.”
Eliot era un grande ammiratore e studioso di Dante Alighieri, e questa citazione della Divina Commedia è la chiave per capire il senso dell’intera poesia.
Sono parole di un dannato, Guido di Montefeltro, che Dante Alighieri colloca nel girone dei consiglieri fraudolenti, arso da una fiamma per l’eternità. Interrogato da Dante, Guido gli risponde, ma soltanto perché è convinto di parlare ad un defunto, come lui, uno che non può tornare a riferire nulla nel mondo dei vivi.
La stessa cosa fa Prufrock, che parla, parla, ma a chi? Sembra che parli a se stesso, convinto che a nessuno interessi la sua esperienza di vita, così arida, che nessuno ascolti la sua profezia sussurrata.
Prufrock, infatti, ha paura della Morte perché non ha mai vissuto. La sua vita è stata un susseguirsi di giorni consumati come mozziconi di sigaretta, misurati con cucchiaini da caffè. Nel momento in cui se ne rende conto, pensa che ormai sia troppo tardi per rimediare.
Mentre la sera arriva, stanca, così dolcemente pigra, lui non ha la forza di abbandonare le sue abitudini, di mettersi in crisi… ma questo non ha molta importanza, perché la crisi non chiede il permesso di arrivare, ed è già lì.
E ha trasformato Prufrock in un Profeta, volente o nolente…
Un Profeta che ci sta dicendo: “non fate come me”, ma lo dice piano, borbottando, convinto che, tanto, non lo ascolterà nessuno.
Si può dargli torto?
…
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