
Era una limpida sera di fine estate, mio nipote Paolo aveva appena due anni. Sul terrazzo della casa dei nonni, in punta di piedi, le manine protese verso il profondo blu del cielo, stava per fare un’importante scoperta.
Nell’aria così chiara, il disco della luna risplendeva così netto, da sembrare appeso a un filo, proprio sopra la sua testa.
“Prendimela, zia!”
Uscii sul terrazzo, accanto a lui, stupita del fatto che l’avesse chiesto proprio a me, non al nonno, alla nonna, ai genitori. Eravamo tutti lì.
“Non posso, Paolo, non te la posso prendere, la luna.”
“Perché?”
“Perché non ci arrivo nemmeno io, vedi?”
E mi alzai in punta di piedi accanto a lui, con le mani protese.
“È troppo lontana… dai, proviamo insieme.” Lo presi in braccio, sollevandolo più che potevo. Paolo allungò di nuovo le piccole dita verso il disco lucente. Poi abbassò le braccia, rassegnato. Non disse una parola, e non mi chiese mai più di prendergli la luna.
Non sono certo il tipo di zia che vizia i nipotini. Eppure mi si strinse il cuore, quella sera, a dover dire a Paolo che ci sono cose a cui non si può arrivare, a cui si deve rinunciare… quanto avrei voluto prendergliela, la luna! Amore mio, chissà che avrai pensato, a due anni, di com’è starsene sul terrazzo, a desiderare la luna, e non poterci arrivare.
Perché non hai chiamato il tuo papà? Ad insegnarti questa cosa, avrei voluto non essere io.
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