lunedì 20 luglio 2009

Disse la Luna...

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Disse la Luna alla Montagna:
"Dicono tutti che sono una lagna
pallida, bianca, sola soletta,
sempre volubile, sempre di fretta,
con una schiera di corteggiatori
che non potrebbero esser peggiori!
Gente romantica, poeti, artisti,
e più mi guardano più sono tristi!
Ma sono stufa, voglio cambiare,
io questa notte vado a ballare!"


Così, mostrando la faccia nascosta,
senza aspettare una risposta,
la Luna truccata con molta cura
(era nottambula già di natura)
rotolò in fretta davanti all'ingresso
di un bel locale di grande successo.


Ma sulla pista scoprì con dispetto
che non faceva un bell'effetto
in mezzo alla folla stare pigiata,
lei che era al cielo abituata.


Un bellimbusto, guardando appena
la bella faccia da luna piena,
disse: "Sei grassa, santa pazienza!
Non sei alla moda, non fai tendenza!"


Lei, permalosa, con lo stivaletto,
gli tirò un calcio proprio diretto,
poi, già che aveva il vestito da sera,
lasciò la disco per la balera.




Maramannara - 2002 (Mara Bagatella)


Sono passati 40 anni dalla prima passeggiata dell'uomo sulla Luna, ma Lei non ha perso nulla della sua magia.


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sabato 18 luglio 2009

Un libro per l’estate (2)

...(immagine dal web)

Quando ero bambina, avevo una mia personale definizione di “persona ricca/ abbiente”, ed era la seguente: “dicesi persona ricca chi possiede una casa con giardino abbastanza grande da contenere alberi a loro volta abbastanza grandi da poterci appendere un’amaca”.

L’amaca l’avevo vista una sola volta, a casa di gente, appunto, molto ricca, e da quel momento era diventata per me uno status symbol, un oggetto di lusso (che ce l’avesse anche Paperino nel minuscolo giardino di casa sua, e Zio Paperone no, era un problema che non mi sfiorava. Si sa che i fumetti sono cosa ben diversa dalla realtà).

Da adulta non sono riuscita a cambiare idea, ma ho aggiunto un corollario alla regola, che ora suona così: “dicesi persona ricca chi possiede una casa con giardino abbastanza grande da contenere alberi a loro volta abbastanza grandi da poterci appendere un’amaca… e sa concedersi il lusso di adoperarla”.
Perché qui, nel ricco Nordest, la gente può anche avere abbastanza denaro per comprarsi la casa, il giardino, l’amaca, ma poi è sempre al lavoro, e allora a cosa serve?
Il massimo del lusso per me è potersi spaparanzare su un’amaca, all’ombra di alberi frondosi, in compagnia di un libro interessante.
…

Michele mi guardava con aria infelice. Chiaro esempio di quando i soldi non garantiscono la felicità di una persona. Avevo diciassette anni, in quella estate strana. Non ero più bambina, ma non potevo dirmi ancora adulta. Lui ne aveva quattordici, guance rosa e un problema molto tipico per i ragazzi della sua età: i compiti per le vacanze.
In breve: aveva il giardino, aveva l’amaca, aveva il libro… ma non aveva nessuna voglia di leggerlo. Tra quelli della lista consigliati dall’insegnante, aveva scelto il più sottile: era “Il visconte dimezzato” di Italo Calvino. Nella sua ingenuità, non aveva pensato che lo spessore di un libro non si misura dal numero delle pagine. Avevo un debole per quel ragazzino dallo sguardo dolce, ma non fu per questo che mi offersi di aiutarlo. Avevo adocchiato l’amaca.

“Ma ce la fai a leggerlo tutto in un pomeriggio?”

Dovevo sbrigarmi prima che i nostri genitori decidessero che la visita di cortesia era finita.

“Credo di si, basta che nessuno venga a disturbarmi. Poi ti racconto la trama e come va a finire”.

Fu un pomeriggio bellissimo, dondolante, sognante, con Michele guardiano a vegliare sulla mia tranquilla lettura.

Un pomeriggio di lusso.

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venerdì 17 luglio 2009

Il mio nemico

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(perché certe volte mi sembra inutile dire una cosa se qualcun altro l'ha già detta molto meglio di quanto io potrei mai fare...)

Finché sei in tempo tira
e non sbagliare mira
probabilmente il bersaglio che vedi
è solo l'abbaglio di chi da dietro spera
che tu ci provi ancora
perché poi gira e rigira gli serve solo una scusa
la fregatura è che c'è sempre un altro che paga
e c'è qualcuno che indaga per estirpare la piaga
però chissà come mai qualsiasi cosa accada
nel palazzo lontano nessuno fa una piega
serve una testa che cada e poi chissenefrega
la prima testa di cazzo trovata per strada
serve una testa che cada e poi chissenefrega
la prima testa di cazzo trovata per strada

Se vuoi tirare tira
ma non sbagliare mira
probabilmente il bersaglio che vedi
è solo l'abbaglio di chi da dietro giura
che ha la coscienza pura
ma sotto quella vernice ci sono squallide mura
la dittatura c'è ma non si sa dove sta
non si vede da qua
non si vede da qua
la dittatura c'è ma non si sa dove sta
non si vede da qua
non si vede da qua

Il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
Il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa

E se non hai morale
e se non hai passione
se nessun dubbio ti assale
perché la sola ragione che ti interessa avere
è una ragione sociale
ma soprattutto se hai qualche dannata guerra da fare
non farla nel mio nome
non farla nel mio nome
che non hai mani domandato la mia autorizzazione
se ti difenderai non farlo nel mio nome
che non hai mai domandato la mia opinione

Finché sei in tempo tira
e non sbagliare mira
(sparagli piero sparagli ora)
finché sei in tempo tira
e non sbagliare mira
(sparagli piero sparagli ora)

Il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
Il mio nemico non ha divisa
ama le armi ma non le usa
nella fondina tiene le carte visa
e quando uccide non chiede scusa
Il mio nemico non ha nome
non ha nemmeno religione
e il potere non lo logora
il potere non lo logora

Il mio nemico mi somiglia è come me
lui ama la famiglia
e per questo piglia più di ciò che da
e non sbaglierà
ma se sbaglia un altro pagherà
e il potere non lo logora
il potere non lo logora


Testo e musica: Daniele Silvestri
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giovedì 16 luglio 2009

Un libro per l’estate (1)

...Illustrazione di Giovanna Gazzi


Ve le ricordate le liste di libri dei quali vi veniva “consigliata” la lettura durante le vacanze estive, quando andavate a scuola? Le avete mai prese davvero in considerazione?


Ho sempre avuto un rapporto particolare con la lettura, fin da piccolissima. Intorno ai quattro anni e mezzo, i miei genitori si accorsero che sapevo leggere. Come avevo imparato? Da quanto tempo lo sapevo fare? Non si sa, all’epoca non andavo nemmeno alla Scuola Materna. Pochissimo tempo dopo, i miei si accorsero anche di un altro fatto, assai più sgradevole: non ci vedevo. Ero miope, molto miope, a cinque anni già portavo gli occhiali, e la miopia progrediva di anno in anno in maniera preoccupante. Così, dato che, se avessi potuto, avrei passato tutto il mio tempo chinata su qualunque pagina scritta avessi trovato, i libri sparirono da casa mia, né vi entravano riviste o giornali di nessun tipo. La mia salute era in pericolo, e i miei genitori erano decisi a difenderla ad ogni costo, che io potessi essere potenzialmente una specie di “bambina prodigio”* a loro non importava.

Ai miei genitori piaceva leggere, la prima enciclopedia per bambini, i mitici “Quindici” l’acquistarono a rate alla nascita di mio fratello Fausto, io avevo appena venti mesi. Ce l’hanno ancora, sgualcita e malconcia, visibilmente vissuta, a portata di mano dei miei nipoti e di qualunque altro bambino che arrivi a casa. A me, però, rimase preclusa per anni, e pur di leggere mi accontentavo dell’Enciclopedia Medica, della quale, però, ammetto di non aver mai capito un granché (a parte le pagine riguardanti l’apparato scheletrico e quelle sulla gravidanza, quando in famiglia si aspettava il terzo fratellino, le altre non mi interessavano).

Ogni tanto, mi capitava di fare un sogno, bellissimo e frustrante, in cui mi trovavo all’interno di una stanza piena zeppa di libri e fumetti ed erano tutti per me. Ma non riuscivo a leggerne nemmeno uno, e sul più bello mi svegliavo.

Nelle lunghe, noiose, estenuanti domeniche di visita ai parenti, le uniche cose che trovavo da leggere erano “Famiglia Cristiana” e il calendario di Frate Indovino (che adoravo, perché coloratissimo e pieno di disegni). Per fortuna, c’era la casa della zia Maria. La mamma ci portava spesso in quella casa, perché era una fattoria, c’erano le mucche, le galline, il caminetto acceso d’inverno, i gatti solitari, i poco socievoli cani da caccia, e campi e prati in cui correre e alberi su cui arrampicarsi. Ma io ero imbranata, fisicamente impedita e preferivo imboscarmi a leggere i fotoromanzi collezionati dalle mie cugine più grandi. Sdolcinate storie d’amore immortalate in fotografie in bianco e nero sicuramente poco adatte alla mia età. Scatoloni interi. E poi la rivista “Cioè” (ma esiste ancora?) tutta cuoricini rosa, e ancor più caramellose storielle di amori adolescenziali, che sicuramente io, chiusa a leggere negli sgabuzzini delle scope, avrei tardato, e di molto, a vivere in prima persona (ma in terza di copertina c’erano anche le strisce di Lupo Alberto, su “Cioè”!). E poi il “Giornalino”, pubblicazione parrocchiale per ragazzi, su cui ho scoperto Asterix, il Gargantua di Dino Battaglia (anche se non sapevo ancora chi fosse) e “Pon Pon” di Luciano Bottaro.

Era il mio paradiso personale, dal quale potevo essere scacciata in qualsiasi momento, non appena un parente (zio, zia, padre, madre, cugino/a più grande) mi avesse scoperta. (“Fuori! A giocare!”)

Leggere per me era proibito, perciò la lettura divenne la mia ossessione. Il primo giorno di scuola, quando la mamma tirava fuori dall’armadio il libro di lettura, tenuto lungamente nascosto, io, di nascosto, l’avevo già letto tutto. Va da sé che a scuola mi annoiavo.

In realtà, credo fosse un rifugio. Gli occhiali, brutti e fragili, che avevo paura di rompere, i frequenti malanni, il fisico gracile, non facevano di me un’ambita compagna di giochi. In più, avevo un caratteraccio. Orgogliosa oltre ogni dire, piuttosto che subire un rifiuto, mi isolavo dagli altri bambini, non chiedevo mai “posso giocare?”, preferivo tuffarmi in un mondo di immagini e parole.

Facevo la Prima Media quando i miei rilevarono una vecchia cartolibreria. Iniziò un nuovo periodo di “lettura di contrabbando”. Prendere un libro, leggerlo in fretta, maneggiandolo con tutta la delicatezza possibile per non rovinarlo, rimetterlo nello scaffale, prenderne un altro. I miei genitori, oramai, non mi sgridavano più, un po’ perché non se ne accorgevano, un po’ perché lo facevano anche loro (più tardi venni a sapere che anche mia madre era stata una bambina che leggeva di nascosto). Ricordo in particolare un’intera notte passata in bianco (facevo le Superiori, ma che anno era?) a leggere “Il richiamo della foresta” (versione integrale) libro ordinato da un cliente che sarebbe venuto a prenderlo il giorno dopo. Dovevo finirlo. Assolutamente.
Anche in Biblioteca ci andavo di nascosto e con l’aria di una cospiratrice. Shakespeare. Romeo e Giulietta. Sogno di una notte di mezza estate. Amleto… Goldoni. Tutta la saga di Re Artù e la ricerca del Graal. Le Mille e una Notte. Non riesco a ricordarli tutti. Dal negozio dei miei invece (che era come un’altra biblioteca, alla quale bisognava restituire i libri, quasi sempre) i gialli di Agatha Christie, i libri di De Mello, Isabel Allende (prima li leggeva mia madre, o durante, dato che io leggo più velocemente di lei, glieli sottraevo a metà lettura. Ma non ero così cattiva da raccontarle il finale!) e tutti i libri di fiabe per bambini ai quali arrivavo a tiro (la passione quasi compulsiva per le fiabe mi è rimasta ancora oggi). Ventitré anni di letture clandestine e non (papà negli ultimi anni mi comprava diversi libri all’ingrosso e, udite udite! non li rivendeva!). Finché i miei non andarono in pensione, cedendo il negozio. Ma ormai ero grande e da tempo acquistavo libri e fumetti per conto mio.

Quando sono andata ad abitare da sola, il primo mobile che è stato montato, in casa, è stata la libreria. Una parete intera in camera da letto che ospita i libri di fiabe, i romanzi, i libri di storia dell’Arte, le collezioni di manga giapponesi, Asterix, Tintin, (quella di Dylan Dog l’ho data via anni fa), i fumetti di Dino Battaglia e parte della mia collezione di gufi. Proprio di fronte al mio letto. La stanza piena di libri della mia infanzia.
Non l’ho sognata più.

*Ero davvero una bambina prodigio? Ai miei genitori non importava saperlo. Probabilmente la risposta è no, i bambini a volte sviluppano capacità che ne compensano altre, carenti o mancanti. E comunque, adesso, che importanza può avere? Ad ogni modo, quando ero piccola, avevo l'etichetta di "bambina strana", questo si.
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domenica 12 luglio 2009

Tridimensionale

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La differenza tra chi crea immagini bidimensionali e chi le crea tridimensionali è enorme. Io sono una pittrice. Ho fatto incisione e fotografia all’Accademia. Mi diverto con i programmi di grafica al computer… ma il tridimensionale mi mette in difficoltà.
Non mi vergogno ad ammetterlo, anzi, l’ammirazione che provo verso scultori e architetti (quelli bravi, però!) è enorme.
Ho le mie lacune, del resto non si può saper fare tutto nella vita. Così, quando ho ricevuto la proposta di fare la modella per un ritratto in creta, un mese e mezzo fa, la cosa mi ha entusiasmato, e ho detto subito di si. Lo scultore si chiama Paolo e non ama la pubblicità, perciò non dirò altro di lui… ma ne ho già parlato sul blog.
Paolo è un artista dalle solide basi tecniche, “formazione classica” la chiama lui. Io, devo dire la verità, mi ritengo prima un’insegnante, poi una pittrice, ed ho una formazione tecnica piuttosto frammentaria… per questo motivo sono entusiasta dell’esperienza. Non capita tutti i giorni di poter vedere nascere e formarsi dal nulla, dalla materia informe, una figura, un ritratto. Il PROPRIO ritratto, poi!



Ragazzi, fa un’impressione… posa dopo posa, mi assomiglia sempre un po’ di più, ed è la prima volta che mi capita di guardarmi “girandomi attorno”. Se ci pensate, abbiamo sempre una visione bidimensionale di noi stessi, lo specchio, una foto… persino un video da telecamera ci restituisce un’immagine piatta. Questo, no. È completamente diverso, è un oggetto, e quando mi metto a fotografarlo, all’inizio e alla fine di ogni posa (sono già alla quarta… star seduta per ore è abbastanza pesante, comunque) a girare attorno al piedistallo, la sensazione che provo è stranissima, non si può descrivere.
Le fotografie che pubblico sono della terza /quarta posa. Ancora non sono proprio io… un po’ mi ci riconosco, ma per quanto Paolo sia preciso sono convinta che alla fine sarà una sua interpretazione, come ogni ritratto del resto. Anche la scelta di farmi sorridente è stata sua, io negli autoritratti non mi sono mai dipinta sorridente, forse perché penso che la parte prevalente di me non sia un tipo allegro… quando gliel’ho detto, lui è rimasto un po’ perplesso, ha risposto “Non mi pare… non ti conosco poi tanto!” Alla posa successiva, però, c’era anche Lorena, che è la mia migliore amica ed era venuta con i bambini.
“Lorena, qual è l’espressione che ho più spesso sulla faccia?” le ho chiesto.
“Il sorriso!” mi ha risposto.
“Ovvio, quando sono con te! Sei tu che mi rendi sorridente!”
Ma ormai era fatta… Paolo si è rassicurato. E il ritratto resterà sorridente…

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