giovedì 9 luglio 2009

Confessione

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"Caselli d’autostrada tutto il tempo si consuma
Ma Venere riappare sempre fresca dalla schiuma

La foto della scuola non mi assomiglia più

Ma i miei difetti sono tutti intatti

E ogni cicatrice è un autografo di Dio

Nessuno potrà vivere la mia vita al posto mio

Per quanto mi identifichi nel battito di un altro
Sarà sempre attraverso questo cuore
..."


Jovanotti - Mezzogiorno - dall'album Safari

Lo confesso, non mi piaceva Jovanotti. E come avrebbe potuto? Guardate un po' com'era: un esaltato e pure stonato.



Negli anni '80 non gli avrei dato 2 lire. Anche se mi mettevo la maglietta del suo concerto (solo perchè me l'aveva regalata la mia migliore amica, sua grandissima fan... ma non me la sono mai presa con lei per questo!)
Non vi dico i lazzi e i frizzi da parte dei miei compagni di classe, quando la portavo, di solito durante le ore di educazione fisica... in effetti avrei anche potuto risparmiarmelo, di metterla a scuola...

No, non mi piaceva per niente, Jovanotti. Ma sto cambiando idea, e nonostante sia ancora (un po' meno) stonato, confesso che quando ho ascoltato "Mezzogiorno" l'ho trovata, da subito, una canzone bellissima.


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martedì 7 luglio 2009

L’onda

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Hokusai – La grande onda (Il monte Fuji visto da Kanagawa), della serie “Trentasei vedute del monte Fuji) 1826-33 (incisione su legno)

E il vento, e la luna, chiamarono l’onda,
ed essa si mosse, grondando di spuma.
Vagò per il mare, per l’acqua profonda
andò… piccola, crebbe, si fece forte
e mille pesci le andarono incontro,
corse alla riva, incontro alla morte,
se la riprese il mare profondo.


Galleggiò un legno nell’acqua salata…
e sulla spiaggia,
nemmeno un segno
ch’era passata.




Mara Bagatella




Ho scritto questa poesia quando avevo 13 anni. Mi piace moltissimo, e sono contenta, oggi, di poterla pubblicare. Spero che piaccia anche a voi!
:-)


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domenica 5 luglio 2009

Inferno chic

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C’ero già stata, anni fa. E mi ero ripromessa di non andarci più… perciò sapevo cosa mi aspettava. Il locale è molto grande e conosciuto: una discoteca all’aperto con pizzeria e ristorante, gente elegante, enormi padiglioni dalla struttura avveniristica, illuminati con fari luminosi ed altri effetti speciali… anche finché si mangia. Per tutta la settimana avevo cercato una scusa per non andarci, ma purtroppo non sono capace di raccontare bugie, e poi non volevo deludere la mia amica, che tra una settimana si sposa.
Così mi sono vestita e truccata, e sono partita verso i lampi dell’ennesimo temporale all’orizzonte. Sono passata a prendere un’altra amica, che è venuta nonostante un forte raffreddore e un po’ di febbre (e questo è un particolare importante, perché il fatto di doverla portare a casa mi ha permesso di fuggire a mezzanotte, stile Cenerentola) e insieme siamo approdate in mezzo al manipolo di donne in tacchi alti e paillettes che avevano il comune obiettivo di festeggiare un addio al nubilato.
Appena superato il lungo tunnel di rampicanti che conduce al piazzale della discoteca, la sorella della futura sposa mi ha fatto prendere un colpo inciampando sui propri tacchi e aggrappandosi a me. “Cominciamo bene” ho pensato.
Il passaggio obbligatorio successivo è stato l’aperitivo. Erano le dieci di sera, orario in cui di solito io ho già finito di digerire, perciò ero affamata, nervosa e irritabile. In più detesto la calca e, per farla breve, mi è venuto un attacco d’ansia. Ho iniziato a camminare avanti indietro nel piazzale, per fortuna ancora abbastanza vuoto, con un’espressione spaventata di animale in gabbia.
La parte più selvaggia e istintuale di me mi gridava di scappare via ma non potevo. Le altre ragazze se ne sono accorte e mi hanno suggerito di bere al più presto qualcosa di forte…
Invece non ho bevuto molto, alla fine, un po’ perché guidavo io, e un po’ perché il vino non era di buona qualità. Abbiamo mangiato quasi al buio, strette tra un tavolo che festeggiava una Laurea (alle mie spalle), un altro addio al nubilato (di fianco) e un addio al celibato poco più in là. Tutti urlavano, anche perché la serata era animata da un DJ e da musica a tutto volume, perciò era difficile conversare con la persona che ti era seduta accanto. Le uniche persone che mi facevano simpatia erano i buttafuori: omoni in giacca e cravatta, testa rapata e barbetta alla Mastro Lindo, erano gli unici che si potevano permettere un’espressione incazzata stampata in faccia, in quel posto da divertimento a tutti i costi.
La futura sposa, invece, si stava divertendo davvero, e mi faceva tenerezza. Aveva un’espressione talmente radiosa che sembrava tornata bambina. Era bellissima. In fondo, l’addio al nubilato si festeggia una sola volta nella vita…

beh…

… speriamo…
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giovedì 2 luglio 2009

In vacanza

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Cosa fanno le professoresse quando sono in vacanza? Le altre non lo so... io sto cercando di riprendermi il mio tempo e le mie cose. Non è così facile. Oggi ho cercato di riordinare la libreria. Ma sono riuscita a combinare poco o niente. Giravo come imbambolata da una stanza all'altra, con Minni che mi trotterellava accanto. Ho spostato un po' di libri, ho spolverato... Ho raccattato i calzini sparpagliati sul pavimento.
Ho fatto un paio di lavatrici. Ho finalmente lavato anche il plaid arancione... Ma non sono contenta, non so che cos'ho. Il mucchio della biancheria da stirare sta crescendo sempre più. Ovunque mi girassi vedevo disordine e la voglia di riordinare calava. Così sono uscita. Si, ho chiuso la porta, il disordine è rimasto tale e quale. Quello della mia casa e quello nella mia testa. Peccato non poter chiudere la porta anche della mia testa e uscire un po'...

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mercoledì 1 luglio 2009

The love song of J. Alfred Prufrock (X e ultima parte)

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Illustrazione di Arthur Rackham (particolare)

I grow old ... I grow old ...
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me.

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.


Divento vecchio... divento vecchio...
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.


Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l'una all'altra.


Non credo che canteranno per me.


Le ho viste al largo cavalcare l'onde
Pettinare la candida chioma dell'onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l'acqua bianca e nera.


Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.


T. S. Eliot, "The Love Song of J. Alfred Prufrock" (originally printed in "Poetry", June 1915)


Con questi ultimi versi, termino la serie di post dedicati a T. S. Eliot, o perlomeno quelli dedicati a “The love song…”. Confesso di aver ritardato apposta la pubblicazione della X parte, perché non volevo staccarmi da questa poesia. Ho iniziato a parlarvene che era freddo, vi ricordate la nebbia gialla arrotolata attorno alle case? E termino in estate, con una passeggiata sulla spiaggia, con le sirene incoronate d’alghe.
Questa poesia ha accompagnato i primi mesi di questo blog, traghettandolo da una stagione all’altra.
Devo ammetterlo, mi sono appoggiata ad Eliot come ad una stampella. Perché io, di mio, non lo so se ho da dire qualche cosa di interessante. Se non fosse stato per Massimiliano, che un anno fa mi ha incoraggiata, non avrei ripreso a scrivere poesie, e non avrei mai aperto questo blog.
Invece, in questi ultimi mesi mi sono resa conto che il sentimento di inadeguatezza è molto diffuso. Persino Eliot lo ha provato, ha sperimentato la solitudine, la depressione e l’esaurimento. Ma ne ha tratto dei capolavori. Talvolta la grandezza dell’essere umano risiede proprio nella sua fragilità.
Ho aperto questo blog per diversi motivi: per condividere qualcosa di me, per gettare via qualcosa di vecchio, per creare qualcosa di nuovo. A volte mi sembra che sia poco.
Ad Eliot sembrerebbe inconsistente, lo so.
Internet.
Mi sto attardando troppo nelle camere del mare? È troppo virtuale questa casa sulle zampe di gallina? Sto troppo sognando? E voi? Voi, al di là di questo schermo azzurro, ognuno seduto dietro il proprio schermo azzurro… siete reali? Vi sto soltanto sognando?


Oh, ma io non sarò Prufrock… sarò una sirena.
E, anche se mi sveglierete, non annegherò.
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