martedì 8 dicembre 2020

Cuore di Strega 6 - Un bicchiere di vino

 SESTA  parte del libro che sto scrivendo. Se vi siete persi l'inizio, vi invito a leggere la storia dal principio, iniziando dalla prima parte, che potrete visualizzare cliccando sul link qui sotto:

Cuore di Strega 1

Se invece vi va di leggere su Wattpad, questo è il link:

Cuore di Strega su Wattpad




Un bicchiere di vino


E fu proprio un sogno fatto intorno ai trent’anni a dare inizio alla mia ricerca sulla stregoneria. Poco tempo prima era morto, giovanissimo, il marito di una delle mie cugine, ed io lo sognai. Premetto che, nella mia cattolica famiglia, i sogni sui defunti sono sempre stati presi molto sul serio: del resto, i cristiani credono nella vita dopo la morte, quindi è perfettamente coerente la loro convinzione che amici e parenti defunti appaiano loro in sogno nei momenti salienti della loro vita, in occasione di eventi particolari, soprattutto di passaggio: tra questi, il più significativo è quando qualcuno sta per varcare la soglia tra la vita e la morte.

Tuttavia, vorrei anche specificare che il dialogo con i defunti venne stigmatizzato dalla Cristianità come attività di stregoneria fin dai primi secoli; i Padri della Chiesa discussero vivacemente sul tema: tra i più famosi citerò S. Agostino (IV secolo d.C.) e S. Tommaso d’Aquino (XIII secolo d.C.) che associarono le conversazioni con le anime dei morti all’arte demoniaca della negromanzia e come tali le condannarono, specie se praticate dalle donne. Solo le visioni profetiche di santi, eremiti e uomini di fede erano ammissibili.

Qualche secolo dopo, furono giudicate ammissibili anche le apparizioni delle anime del Purgatorio ai propri congiunti, purché si trattasse di suppliche nei loro confronti di pagare salate indulgenze e messe di suffragio alla Chiesa, utili per accorciare il loro percorso di penitenza fino al Paradiso.

Ma di tutta questa parentesi storica, i miei parenti non sono a conoscenza.

Mio padre e mia madre, circa trent’anni fa, si svegliarono all’unisono all’alba del giorno in cui morì un loro caro amico, avvertendone chiaramente la presenza nella loro stanza da letto. Seppero in seguito di essersi destati nello stesso orario del suo trapasso, avvenuto in ospedale. Quando raccontano l’episodio, commentano soltanto, con semplicità: «L’è vegnù saludarne[1]»

A me però non era mai successo di fare sogni sui defunti e, oltretutto, non avevo avuto una gran confidenza con il marito di mia cugina: gli avevo sì parlato qualche volta in occasioni di battesimi o altre feste di famiglia, ma non vedevo proprio il motivo per il quale lui dovesse scegliere proprio me per recare un messaggio alla sua giovane e disperata vedova.

In quel periodo avevo iniziato con i primi tentativi di interpretazione dei miei sogni e lo stavo facendo nella maniera più classica, quella psicanalitica. Anche senza aver fatto studi specifici in merito, consideravo le immagini dei miei sogni come una serie di simboli creati dal mio inconscio che, letti nella maniera corretta, potevano chiarire i miei stati d’animo, le paure, le angosce nascoste, ed aiutarmi a superarle. Avevo imparato molto su me stessa in quel modo ed il più delle volte non facevo grande fatica a comprendere i significati delle mie visioni notturne, ma quel particolare sogno non riuscivo ad interpretarlo.

Nel mio sogno, ero a casa dei miei zii, nella grande sala da pranzo, affollata e rumorosa come sempre, dato che la loro è una famiglia numerosa. La TV era accesa, i miei cugini andavano e venivano, chiacchierando ad alta voce. Io ero seduta ad un lato del lungo tavolo e ad un tratto lo vedevo: lui era in piedi, dall’altro lato. D’improvviso mi resi conto di essere l’unica nella stanza ad accorgermi della sua presenza e mi ricordai che era morto. Sul tavolo c’era un bicchiere di vino bianco ed allungai la mano per prenderlo, ma lui mi disse: “Non berlo! Quello è per mia moglie.”

Al risveglio iniziai a considerare, una ad una, tutte le immagini del sogno: la stanza in cui mi trovavo, l’andirivieni di gente, il tavolo, il bicchiere di vino, ma quella serie di personaggi, oggetti e situazioni non mi dicevano nulla, non vi riconoscevo alcun simbolo riconducibile a me. Raccontai il sogno a mia madre e lei disse subito che avrei dovuto riferirlo a mia cugina, ma io mi rifiutai: non volevo causarle più dolore di quello che stava sicuramente provando, farla arrovellare su significati che non c’erano. Così, provai un fortissimo imbarazzo e rabbia verso mia madre quando, alcuni giorni dopo, facendole visita, le disse diretta: “Mara ha sognato tuo marito.” Ma, fortunatamente, non fui costretta a raccontarle il sogno, perché lei, con voce stanca e senza nemmeno guardarmi, rispose: “Le avrà detto che dovrei bere vino.”



[1] “è venuto a salutarci”

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